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MARIA CALLAS AL GRAN TEATRO LA FENICE


1947
30 dicembre e 3-8-11 gennaio 1948
TRISTANO E ISOTTA (in italiano) nel ruolo di Isotta con Fiorenzo Tasso (Tristano), Fedora Barbieri (Brangania), Raimondo Torres (Kurwenal), Boris Christoff (Re Marke), direttore Tullio SERAFIN

1948
29 e 31 gennaio – 3-8-10 febbraio
TURANDOT (nel ruolo di Turandot) con Josè Soler (Calaf), Elena Rizzieri (Liù), Bruno Carmassi (Timur), direttore Nino SANZOGNO

1949
8-12-14-16 gennaio
LA WALKIRIA (in italiano) nel ruolo di “Brunilde” con Gianni Voyer (Siegmund), Bruno Carmassi (Hunding), Gilulio Neri (Wotan), Jolanda Magnoni (Sieglinde), Lucy Cabrera (Fricka), direttore Tullio SERAFIN

19-22-23 gennaio
I PURITANI (nel ruolo di Elvira) con Antonio Pirino (Arturo), Ugo Savarese (Riccardo), Boris Christoff (Giorgio), direttore Tullio SERAFIN

1950
13-15-19 gennaio
NORMA (nel ruolo di Norma) con Elena Nicolai (Adalgisa), Gino Penno (Pollione), Tancredi Pasero (Oroveso), Nerina Ferrari (Clotilde), direttore Antonino VOTTO

1953
8 e 10 gennaio
LA TRAVIATA (nel ruolo di Violetta) con Francesco Albanese (Alfredo), Ugo Savarese/Carlo Tagliabue (Germont), direttore Angelo QUESTA

1954
13-16-21 febbraio
LUCIA DI LAMMERMOOR (nel ruolo di Lucia) con Luigi Infantino (Edgardo), Ettore Bastianini (Enrico), Giorgio Tozzi (Raimondo), Giuseppe Zampieri (Arturo), direttore Angelo QUESTA

2-4-7 marzo
MEDEA (nel ruolo di Medea) con Renato Gavarini (Giasone), Gabriella Tucci (Glauce), Giorgio Tozzi (Creonte), Miriam Pirazzini (Neris), direttore Vittorio GUI

 
UN AMORE “DIVINO TRA MARIA CALLAS E VENEZIA


Ciò, benedeto… L’espressione veneziana era frequentissimamente usata da Maria Callas, anche in società, per salutare gli amici più intimi. Nel miscuglio internazionale di lingue, nel discreto italiano che parlava e scriveva c’era sempre qualche tipica espressione veneta, intraducibile, ma sempre indicativa nel dettaglio. Il primo “italiano” della grande cantante era condito da inconfondibili cadenze veronesi, che risultavano colorite, un po’ stravaganti, certamente simpatiche e confidenziali. A Verona, la città dell’esordio italiano e dell’esordio in assoluto ai fini di una carriera internazionale, doveva molto; era la città in cui aveva conosciuto il primo uomo della sua vita, che in un certo senso aveva sostituito il padre e che indubbiamente le fu di grande aiuto e sostegno all’inizio.

Un grande amore scoppiò a prima vista, tuttavia, quando Meneghini la portò per la prima volta a Venezia: subì subito il fascino di questa città e un vero rapimento provò di fronte all’“Assunta” del Tiziano, nella Basilica dei Frari. Molte volte, dopo quell’estate 1947, chiese di essere riportata a Venezia, anche solo per fare una breve visita alla sua “Madonna”. In camerino, quando cantava, teneva sempre esposta una tavoletta del Cinquecento con la “Sacra Famiglia” e, incorniciata in argento e oro, una riproduzione del capolavoro tizianesco, non come un banale portafortuna, ma in devoto segno di protezione.

Si parla spesso del destino e forse questa attrazione per Venezia (che molti anni più tardi avrebbe cambiato la sua vita di donna perché qui avvenne l’incontro con Onassis e la partenza per la fatale crociera a bordo del “Christina”, il panfilo miliardario dell’armatore greco) era “avvertita” dalla Callas e a piena ragione. Non è stata la “Gioconda” all’Arena di Verona, ma fu la fitta serie di spettacoli ravvicinati al Teatro La Fenice ad aprire inequivocabilmente e definitivamente le vie di un sicuro futuro artistico in Italia. Si può benissimo affermare che la Callas è nata come grande cantante il 30 dicembre 1947 nella sala del Selva a Venezia, mettendo a fuoco un’apprezzatissima “Isotta”, diretta da Tullio Serafin, accanto ad altri grandi interpreti come Boris Christoff e Fedora Barbieri, che le fu poi al fianco molte altre volte.

«Artista di una sensibilità non comune – scrisse l’allora critico del Gazzettino, Giuseppe Pugliese – dal gioco scenico felicissimo e sicuro, ha rivissuto la passione amorosa della sua parte più con dolce, femminile trasporto che con druidità e virilità. Ma la sua bella, caldissima voce, ha trovato, specie nel registro acuto, accenti squillanti e di un appropriato lirismo». Pochi giorni dopo sullo stesso palcoscenico un ruolo altrettanto impervio, ma di diversa difficoltà e stile: la pucciniana Turandot. E ancora Pugliese ebbe a tessere meritate lodi: «Turandot ammirevole per squillante incisiva voce, specie nella tessitura acuta, artista di squisita sensibilità, di intelligenza scenica, non comuni, che fanno dimenticare talune oscillazioni timbriche della voce, ha affrontato l’asprissima tessitura con energia e sicurezza, ha, soprattutto, cantato, ora con plastica evidenza ora con profonda dolcezza come richiedeva il personaggio, sotto la guida del maestro Nino Sanzogno».

Si tratta di una completa vittoria, considerando la severità ben nota del critico, proprio perché le due recensioni mettevano in evidenza già quante fossero, sotto ogni aspetto, le corde all’arco dell’allora ventiquattrenne soprano, lodata come attrice, oltre che per la vocalità, pur non avendo ancora incontrato sulla sua strada Visconti e Zeffirelli. Da allora tornò nell’amatissima Venezia ogni anno fino al 1954, cantando una o due opere alla Fenice e facendo i debutti rivelatori. Ci sono state altre città particolarmente legate alla più grande cantante del nostro secolo, come Milano, dove è stata per molte stagioni l’incontrastata regina della Scala, o Parigi, dove ha vissuto gli ultimi anni ed è tragicamente scomparsa a soli 53 anni, nel 1977 (le due città, insieme a Venezia, le hanno dedicato una strada).

Ma torniamo alle memorabili recite che hanno dato meritata celebrità alla cantante greca, ma anche al teatro che aveva avuto il fiuto di chiamarla per primo. Le cose stavano cambiando anche in Italia e il mondo della grande musica guardava sempre con maggiore interesse alla giovane primadonna. Ferdinando Ballo, ad esempio, invitava nel giugno 1948 Maria Callas (che in quel periodo stava cantando “Forza del destino” a Trieste, “Tristano e Isotta” a Genova e si apprestava a provare “Turandot” alle Terme di Caracalla) per la prima assoluta in Italia di “Cardillac” di Paul Hindemith, prodotto dalla Biennale di Venezia per l’XI Festival di Musica Contemporanea, al quale collaboravano i più grandi direttori, registi e cantanti. La Callas però rifiutò a causa di impegni già assunti.

Nel 1949 fu riconfermata per cantare, all’inizio della nuova stagione, “Walchiria” (una «Brunilde – scrisse ancora Pugliese – in schietto spirito wagneriano, altera, commossa, semplice e incisiva»), ancora con Serafin. Mentre erano in corso con crescente successo le repliche, alla vigilia dell’andata in scena della seconda opera della stagione “Puritani”, Margherita Carosio dette forfait per una improvvisa indisposizione, e la Fenice rimase senza Elvira non essendo pronta e disponibile una sostituzione. Le ricerche, sempre più affannose, non portarono ad alcun risultato; finalmente arrivò alla Fenice il maestro Serafin, assicurando che aveva trovato la soluzione. Elvira sarebbe stata Maria Callas. La proposta provocò non poca sorpresa e perplessità: come avrebbe potuto adattarsi la grande e forte voce di Brunilde ai teneri accenti belliniani?

«Aspettate e sentirete», assicurò il maestro. La preparazione fu un vero tour de force, ma il 19 gennaio si alzò regolarmente il sipario sui Puritani. «Molte altre cantanti con la voce e il temperamento della Callas, ma senza la sua intelligenza – è ancora Pugliese che scrive –, nel brusco passaggio fra le due opere sarebbero cadute. La Callas no. A seconda del variare delle esigenze vocali e interpretative si è validamente difesa e ha avuto momenti davvero felici, da quella cantante di grandi possibilità che essa è. Superati tecnicamente trilli, scale, abbellimenti, dove la parte diventava più lirica, anche nelle vertiginose ascese espressive, ha avuto momenti di grande intensità musicale. Insomma, una prova degna degli eccezionali requisiti». E nasceva così sulla scena italiana il primo esempio di soprano drammatico d’agilità, con un richiamo evidente ai grandi miti del passato Malibran e Pasta, che avevano affrontato un repertorio molto vasto e dissimile, toccando le note basse del mezzo soprano e quelle altissime del soprano (ma allora diapason e organici orchestrali erano ben diversi).

La vera Callas nacque dunque alla Fenice nel gennaio del 1949. Negli anni successivi per Maria Callas alla Fenice non si pensò più a Wagner, ma alle grandi eroine romantiche e tragiche del melodramma e così il pubblico veneziano fu soggiogato da indimenticabili interpretazioni. Una ieratica Norma, una patetica sofferta Violetta ne “La Traviata”, una “Lucia di Lammermoor” da brividi per gioco virtuosistico e apporto espressivo e, infine, subito dopo Firenze e la Scala, il suo capolavoro: “Medea”, dove attraverso il canto e la recitazione riuscì a rendere a tutto sbalzo la disperata ossessione del personaggio. Per Norma ebbe sul podio Antonino Votto (un altro maestro importante per la carriera e la formazione della Callas), per l’opera ripescata di Cherubini il grande Vittorio Gui.

Sono in tutto otto le opere interpretate dalla Callas a Venezia fino al 1954: bei tempi per il Teatro la Fenice, che aveva subito capito la nuova dea della lirica, ma non seppe poi più ricondurla in laguna. Ma, come abbiamo già detto, la città dei Dogi ha influito moltissimo anche nella vita privata della primadonna. Questo nuovo capitolo mondano-sentimentale inizia dieci anni dopo il debutto, nell’estate 1957, quando scoppiò un grande scandalo ad Edimburgo in quanto la diva aveva abbandonato l’ultima recita di “Sonnambula “ per prendere parte ad un grande ballo dato in suo onore da Elsa Maxwell all’Hotel Danieli con 160 invitati, presenti i più bei nomi del jet-set internazionale: la contessa Volpi, Arthur Rubinstein, Henry Fonda, Consuelo Crespi e molte personalità del mondo del cinema.

L’amicizia con la “strega di Hollywood”, che si era schierata dalla parte della Tebaldi nel momento del grande antagonismo tra le due artiste, fu cercata dalla Callas per blandire la giornalista pettegola che aveva scritto una serie di articoli assai ostili in occasione di alcune recite a Chicago. Ad un ricevimento per il Fondo di Assistenza ellenico-americano le due si erano “casualmente” incontrate, e Maria riuscì a capovolgere la situazione, facendo diventare la terribile Elsa la sua più ardente ammiratrice. Da un punto di vista sociale e mondano, il ballo in maschera al Danieli indubbiamente fu un grande successo, e le foto della festa e quelle in costume da bagno di Maria, ormai già magrissima davanti al capanno dell’Excelsior al Lido, fecero il giro del mondo.

Le recite di Edimburgo erano assai importanti in quanto si trattava di una tournée ufficiale della Scala. Le quattro recite alla fine di agosto ebbero un trionfo indescrivibile e allora Ghiringhelli, Sovrintendente del teatro milanese, decise di aggiungere una rappresentazione straordinaria per accontentare le moltissime richieste. Maria Callas fu irremovibile: il suo contratto era stato onorato e, senza dire altro, lasciò il Festival per recarsi alla festa veneziana, dando così la grande occasione a una giovane e ancora misconosciuta cantante italiana. Il suo “doppio”, Renata Scotto, la sostituì con un clamoroso successo tanto da strappare alla critica il fatidico «è nata una stella». Particolare importante: al ballo Maxwell c’erano anche Tina e Aristotele Onassis, ma nulla accadde salvo i normali convenevoli.

Il destino era in agguato due estati dopo, e galeotta fu la dimora veneziana della contessa Emanuela di Castelbarco, che nel giugno 1959 dette una festa in onore di Maria nella bella casa alla Salute, abitata per anni anche da mamma Wally e dal grande nonno Arturo Toscanini. Una casa circondata da un magnifico giardino, dove sono passati i più grandi personaggi del mondo. Fra le signore presenti spiccava per la sua bellezza Tina Onassis, con una spettacolare tiara di diamanti. Ma quella sera Tina Onassis si accorse che gli occhi del marito erano solo per la Callas. Ari trovò presto modo di sedere accanto a lei e proprio quella sera partì l’invito per la crociera sul Christina, di lì a poche settimane.

Dapprima la Callas e il marito ricusarono, ma Onassis si presentò al Covent Garden alla prima di “Medea” e organizzò un fastoso dopo-recita (invitando anche Churchill, Margot Fonteyn, Cecil Beaton e John Profum). L’invito per la crociera fu ribadito e la Callas, dopo essersi fatta preparare a tempo di record un favoloso corredo da crociera dalla celebre Biki, la coutourière milanese che la seguì fedelmente per tanti anni, finalmente accettò l’invito. Partenza da Montecarlo, tappa finale Venezia.

Dopo aver toccato Portofino, dal Mediterraneo all’Egeo, Istanbul, Smirne (patria di Onassis), facendo una tappa al Monte Athos, il 7 agosto tutti gli ospiti furono ricevuti dal patriarca Atenagora. Il patriarca conosceva Onassis e conosceva Maria. Cominciò a parlare con loro in greco, li benedisse insieme: sembrava quasi che compisse un rito matrimoniale. La crociera si concluse a Venezia, dove il Christina gettò l’ancora e i coniugi Meneghini tornarono a Sirmione con un aereo privato di Onassis. Ma la stessa notte Onassis si presentò da Meneghini per “chiedere la mano” di Maria e la portò subito via con sé, a Venezia. Da quel momento la regina del Christina sarebbe stata lei.

L’amore di Onassis non durò a lungo e Maria tornò altre volte a Venezia. Negli anni Sessanta ci fu anche un’ipotesi: un’“Anna Bolena” alla Fenice, ma il progetto non ebbe seguito, nonostante fosse già avviato e portato a buon punto. Tornò alla Mostra del cinema per festeggiare Visconti quando ebbe il Leone d’Oro, e il regista le offrì un grande ruolo in un film dedicato a Puccini. Giancarlo Menotti la voleva protagonista del “Console”. Fu più volte tentata dal teatro e dal cinema e a Venezia incontrò anche Joseph Losey, che le offrì un film tratto da “Boom” di Tennessee Williams, che venne poi interpretato da Liz Taylor.

A Venezia incontrò più volte anche Pier Paolo Pasolini, l’unico che riuscì ad averla come attrice straordinaria – nella discussa ma affascinante “Medea” – e per il quale Maria provò un affetto tenerissimo, come dimostra il carteggio amoroso tra i due artisti. Una sera rimasero per ore a parlare al Blue Bar dell’Excelsior, incuranti di fotografi e curiosi. I tempi in cui solo la devozione per l’“Assunta” dei Frari la portava a Venezia erano lontani.

Bruno Tosi

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